C’erano una volta le cellule staminali mesenchimali”Quelle del caso Stamina e dei sigilli agli Spedali di Brescia? Quelle dei bambini gravemente malati, dei ricorsi in tribunale e dell’appello di Celentano? Si chiederanno i lettori.”. Esatto, quelle.

Sono passati 7 anni, mese più, mese meno. Ed ecco le stesse cellule, all’epoca “proibite severamente” (perché – si diceva – mancassero gli studi) rientrare dalla porta principale: oggi curano la Covid-19 in forma grave. 

Di fatto le staminali mesenchimali si stanno testando in svariate malattie, perlopiù degenerative e autoimmuni, vi sono 198 trial nel mondo e almeno 10.000 pubblicazioni.

Ma quel che ci interessa oggi è prendere atto di due cose. Primo, che abbiamo a disposizione un’altra terapia che, se confermata nei trials di fase 3, potrebbe salvare la vita dei malati più gravi di Covid-19 oltre che a prevenire la progressione delle forme più severe, evitando i ricoveri nelle terapie intensive. Secondo, che le lezioni che dispensa la vita sono sempre opportune: la scienza ci sta dimostrando di non crescere sui dogmi ma sugli errori. Come un fiore di loto che sboccia dal fango, quello che qualche anno fa era ritenuto pericoloso, oggi è considerato degno di essere approfondito e messo in pratica.

Veniamo al dunque.

La buona notizia arriva dalla Florida, in gennaio. Sulla rivista Stem Cells Translational Medicine, cliccate qui, appaiono i risultati di uno studio condotto alla University of Miami Health System e al Jackson Memorial Health System di Miami, dall’aprile al luglio scorso. 24 pazienti ricoverati con la malattia in forma grave sono divisi in due gruppi: a uno sono somministrate 2 infusioni endovenose di placebo, oltre alla miglior cura contro il Covid-19 (anti virali, anti infiammatori, eparina, antibiotici), all’altro, la miglior cura e due iniezioni di cellule staminali mesenchimali ricavate dal cordone ombelicale.

 Il promotore del lavoro è Camillo Ricordi direttore del Diabetes Research Institute (DRI) e del Cell Transplant Center dell’Università di Miami, Miller School of Medicine. “I risultati del gruppo trattato con le cellule sono stati sorprendenti – analizza Ricordi – Quasi tutti i malati avevano il diabete o malattie cardiovascolari: a un mese dal trattamento, il 100 per cento dei pazienti di età inferiore agli 85 anni si è salvata (nel gruppo di controllo la sopravvivenza è stata del 42%). La sopravvivenza a un mese è stata del 91 per cento nei pazienti di tutte le età e, in generale, si è notato un significativo accorciamento del tempo di guarigione e della permanenza in ospedale: più della metà dei pazienti trattati con le cellule mesenchimali staminali erano guariti entro due settimane e più dell’80 % entro 30 giorni, mentre nel gruppo di controllo, più del 60% dei malati sopravvissuti era ancora ricoverato dopo un mese”.

Due parole sulle cellule.

“Si prelevano dal cordone ombelicale e poi si espandono in laboratorio. La procedura è semplice. Da un cordone si possono ricavare fino 90.000 dosi. Hanno proprietà immunomodulanti (regolano il sistema immunitario), riparano i tessuti e li rigenerano. Abbiamo dimostrato che, queste cellule, sono in grado di spegnere la tempesta infiammatoria provocata dalla malattia”.

Eravate già al corrente di queste proprietà?

“In parte sì. Da due decadi abbiamo in corso trial con queste cellule sui pazienti trapiantati per migliorare la tolleranza d’organo (ridurre al minimo i fenomeni di rigetto) e sui malati di Alzheimer e di diabete 1. Su questi ultimi abbiamo osservato che i malati trattati con staminali, in maniera significativa, non sviluppano complicanze croniche, come nefropatia, neuropatia e retinopatia.  Sono cellule ‘intelligenti’, che promuovono la rigenerazione dei tessuti danneggiati e che possono svolgere diverse funzioni protettive a seconda dei segnali che ricevono dai tessuti o dagli organi danneggiati o colpiti da una grave infiammazione”.

Nel caso del Covid-19, oltre a spegnere l’infiammazione?

“Si somministrano in via endovenosa e raggiungono prima i polmoni, e poi gli altri tessuti infiammati, dando giovamento a chi manifesta già la sindrome da distress respiratorio acuto. Inoltre, sono anti batteriche e anti micotiche”.

Come avete fatto a partire con lo studio già nell’aprile 2020 all’inizio della pandemia?

“Proprio perché avevamo in corso i trial con queste cellule, approvati dalla FDA. Ci siamo confrontati con i colleghi cinesi, sapevamo che in Cina erano già state usate per curare il Covid 19 ma che non erano stati avviati studi randomizzati. E abbiamo iniziato”.